Il discorso del re

 

Anni '30, Bertie è il Duca di York, figlio del re Giorgio V e ha un problema di linguaggio, è balbuziente.

Non ha ruoli di particolare responsabilità, se non quello di essere, appunto, figlio del re e fratello del successivo re di inghilterra – fino alla sua abdicazione almeno – tranne  per il fatto di dover all'occorrenza intrattenere discorsi in pubblico, qualora l'occasione lo necessiti.

Evento sostanzialmante banale, se uno non balbettasse.

Nonostante i numerosi specialisti consultati, sarà solo grazie all'amorevole cura ed attenzione della moglie Lady Lyon e dell'eclettico e assai poco ortodosso logopedista Lionel Logue che Bertie riuscirà ad "avere voce". Essendo ascoltato, riuscendo a parlare di sè, con un amico, e a non subire più il peso degli altri e il proprio senso di inferiorità nei confronti di un ruolo capitatogli per sorte.

È abbastanza singolare ripercorrere la vita di un uomo così importante della storia nazionale inglese, il futuro re e padre dell'attuale regina Elisabetta d'inghilterra, quasi esclusivamente attraverso le sue vicende personali e riconsiderare la storia di quel periodo dell'entrata in guerra dell'Inghilterra solo attraverso i suoi occhi ed il punto di vista di un dramma, una limitazione personale.

Può essere considerato riduttivo il fatto che la descrizione del suo ruolo di re, della sua scelta ed assunzione di responsabilità di un incarico così oneroso come quello dell'incoronazione sostanzialmente forzata a seguito dell'abdicazione del fratello, sia ricondotta tutta alla questione privata, personale della sua balbuzie. Ma a ben vedere proprio lì se ne scorge la potenza del messaggio: siamo in fondo davvero tutti uguali, e non in quanto ad utopici diritti e doveri, perchè ahimè quelli non sono praticamente mai equipartiti, ma nel fatto che non esistono ruoli o responsabilità che tengano,  le uniche vere grosse battaglie sono con noi stessi e con i nostri limiti, senza scampo. È questo che mi ha commosso e che ho apprezzato del film.

L'ineluttabilità di venire a patti con se stessi, di dover per forza affrontare le proprie paure per essere fieri di sè e riuscire a trovare sollievo, la necessità di aprirsi all'altro, di ammettere ciò che si è e di palesarlo al mondo senza remore, senza paura di essere da meno. Di accettarsi, al di là dei modelli. È l'unico vero modo per vivere bene.

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