Pollo alle Prugne

Finalmente è uscito il film tratto dalla graphic novel Pollo alle Prugne di Marjane Satrapi che già avevo recensito, ormai ben due anni fa.

Dico finalmente, perchè mi era piaciuto molto, me le ero immaginate animate quelle immagini, per cui quando ho scoperto dell’esistenza di questo film, non ho potuto non guardarlo, con interesse, curiosità, trepidazione.

Può succedere che se si vede un film tratto da un libro, se ne rimanga delusi e che si propenda per l’una o per l’altra versione, a seconda che si abbia letto prima il libro o visto prima il film, di solito la versione che viende dopo, la si apprezza meno o addirittura la si disprezza, perchè la si ritiene distante dai propri gusti, poco fedele all’originale o a quell’idea cui ci si era affezionati.

Questa volta a me non è successo ma, anzi, riconoscendo una certa fedeltà alla versione grafica, pur con gli inevitabili adattamenti che la resa cinematografica richiede, mi è successa la cosa strana di pensare che le due forme siano comunque diverse, come se avessero una originalità intrinseca che ne validasse ugualmente la dignità e la bellezza.

Il regista Vincent Paronnaud sa conservare le atmosfere, quelle atmosfere magiche, delicate, favolistiche del fumetto, quella indagine profonda e allo stesso tempo delicata dei personaggi, resi con pochi ma precisi aneddoti delle loro vite, riuscendo anche a rendere comiche e grottesche – come l’incontro di Nasser Ali con l’angelo della morte – certi fatti con scelte di dialogo studiate che ammortizzano la drammaticità, come le favole raccontate ai bambini. Perchè di questo si tratta, di una favola che non ha le pretese di essere nient’altro che questo, e che come ogni favola che si rispetta, ci sa raccontare qualcosa di noi, insegnarci qualcosa. Quello che ha insegnato a me è il senso del pericolo che si corre se non si è fedeli a se stessi. Ti puoi illudere di essere qualcun altro, di voler qualcos’altro da quello che hai, ma comunque la verità dentro te stesso emerge, sempre. Passa il tempo, scorre la vita e si fanno esperienze di altro, ma quella cosa lì, prende voce e campo, e quando esce la sensazione è sempre la stessa e fa male: la perdita di se stessi.

Bravi gli attori Mathieu Amalric e Golshifteh Farahani, anche se lui me lo immaginavo diverso, un personaggio più cupo, con un’espressione più addolorata mentre quì sembra perso, assente e dolorosamente rassegnato. Lei è una giovane donna iraniana, bellissima, che non avevo mai vista prima, una di quelle donne che anche se non parlano hanno occhi, viso e una luce intorno che tutto si ferma e non hai bisogno di nient’altro, perchè hai già capito tutto.

Il mio voto è 9. Consiglio sicuramente di vederlo, anche se non si è letto la storia o anche se la si è già letta, l’ordine per me in questo caso non conta.

Buona visione.

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