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Canzone del 29 Marzo

Sono giorni che ascolto l’ultimo album di Arisa e continuo a canticchiare le canzoni, tra cui questa: Missiva d’amore.

Se è vero, come credo, che gli stati d’animo influiscano su quello che ascolti, inevitabilmente mi domando il perchè mi venga naturale trastullarmi con queste canzoni… malinconiche. Provo malinconia?

La verità è che oltre ad intonarsi alla mia malinconia, Arisa è una persona che mi incuriosisce. Mi sono fatta l’idea che sia in un momento di metamorfosi, passata da uno stato di chiusura e protezione personale anche e soprattutto affettiva, ad una presa di coscienza e volontà di uscire fuori dal suo guscio ed mergere, sola, per quello che è. Anche per amare di più se stessa.

Forse, in definitiva, al di là della sua bella voce e al di là delle musiche, bellissime, di questo album, è per questo che mi ritrovo in un qutidiano loop arisiano.

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Dire no

Mi è capitato di conoscere persone che riescono a dire “no” quando una cosa non fa per loro. Ma non nelle situazioni in cui un semplice no attesta un gradimento “ti piace?”, una scelta “lo vuoi?” e tutte quelle situazioni in cui in sostanza quel no, incide poco o niente sugli altri. Mi è capitato di assistere a persone in grado di dire no, in contesti scomodi, in cui quella risposta incideva e non poco anche sulla vita degli altri. Quelle situazioni in cui ci sono delle attese e la risposta “sì” non solo è richiesta e caldamente desiderata, ma la sua alternativa è fonte di scontri sicuri e di malumori, tentativi più o meno palesi di istillare sensi di colpa da parte del richiedente. Ebbene, mi è capitato di assistere a situazioni in cui quel “no” veniva espresso e mantenuto, con costanza e fermezza, al di là dei tentativi logici ed emotivi compiuti perchè si tramutasse in un “sì”. Io di fronte a situazioni di questo tipo non riesco a non provare ammirazione per il coraggio di saper esprimere le proprie opinioni soprattutto perchè scomode, ma anche rabbia, se oltre al dire no, non c’è capacità di prendere in esame, di ascolto altrui, di rettificare con argomentazioni che non siano un semplice, “no, non voglio”. Fastidio, nervosismo, collera nei confronti della persona che nega, perchè non sopporto l’ostinazione senza ragionamento, non sopporto l’incapacità di ragionare sulle cose, di valutarne pro e contro, diverse prospettive e diversi punti di vista, opposti ai propri. Almeno, questo è ciò che penso lì per lì. Mi è capitato poi di vedere gli effetti che quell’azione può avere nelle sue conseguenze. E mi è capitato di vedere come la persona che ha detto no, sia riuscita infine ad ottenere ciò che voleva, nonostante tutto, litigi, cambiamenti di rapporto degli interlocutori. Nei fatti quella persona ha ottenuto ciò che voleva. Ecco. Questo è IL PUNTO. Al di là di condividere o meno motivazioni, al di là del merito della situazione, mi soffermo sull’esito di questo meccanismo. Che è: ha ottenuto ciò che  voleva. Quindi, non posso fare a meno di domandarmi se questo sia il modo giusto di comportarsi verso se stessi. Mi hanno insegnato a valutare anche le posizioni degli altri, prenderle in esame, ponderarle nella scelta di fare o meno qualcosa che appunto riguarda gli altri e poi di avere ottenuto solo parzialmente quello che volevo. E poi invece, c’è chi sostiene semplicemente: “se dicessi sì, andrei contro me stesso” e gli capita che ottenga ciò che vuole. C’è qualcosa che mi torna poco, allora…valuto troppo gli altri e troppo poco me? Non posso non chiedermi se il livore che ho provato verso quella persona quando esprimeva il suo no, non sia invece il livore che prova una parte di me verso me stessa, perchè non sono in grado di fare come lei e di ottenere, come lei, le cose che voglio, senza impiegare ragionamenti, mediazioni faticosi. La rabbia che prova quella parte di me che non si sente ascoltata, tutelata, assecondata, appagata.

Sembra facile dire: bisogna imparare a dire di No. E’ un’idea facilmente condivisibile, spesso condivisa. Ma poi ti trovi a vivere la tua vita e ti trovi immersa in una situazione di quel tipo e finisci per dire “sì”, arrivando a dei compromessi, arrivando a mediazioni, avvalorando la tua scelta con un sacco di giustificazioni.

Ma io mi chiedo: quanto è giusto per se stessi mediare? Quanto è importante sapere dire no? E soprattutto, come  si fa davvero a farlo?!?

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Canzone del 13 febbraio

I Florence and the Machine. Credo che lei abbia una voce di una delicatezza e pulizia invidiabili, nitida, elegante.
E poi mi piace come canta, ad occhi chiusi…anche io quando canto, canto così.

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Il segreto di Vera Drake

Il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è labile e difficile da valutare.
Come le scelte che uno gli capita di dover fare nella vita suo malgrado o che uno fa volontariamente.
Siamo negli anni ’50 a Londra e Vera Drake è una donnina minuta e tanto buona e gentile tutta presa ad accudire la sua famiglia composta dal marito e dai suoi due figli ormai grandicelli ma che ancora si trovano a vivere sotto lo stesso tetto, pur lavorando.
Vera Drake ride sempre e dice sempre di sì, ogni giorno appena si sveglia la sua missione è visitare le case del quartiere per dare una mano a chi ha bisogno, rammendare, cucinare, preparare il suo ottimo tè.
Oltre a svolgere attività di domestica in più case, quelle case benestanti dove c’è la classica padrona di casa con la puzza sotto il naso capace solo di dare ordini senza neanche salutarti.
Ma Vera Drake non sembra accorgersi di chi la tratta in modo distaccato o in modo maleducato, lei canticchia, sempre e ha una parola buona ed un sorriso costanti.
Nella sua famiglia la amano e dipendono dalle sue cure, ma sono comunque rispettosi e servizievoli nei suoi confronti, il marito la ama sopra ogni cosa e ringrazia il cielo la notte abbracciata a lei di averla potuta incontrare.
Nessuno sa però del segreto che Vera nasconde. Lei “aiuta le ragazze che hanno bisogno” procurandogli aborti con l’aiuto di una siringa. La sua cara e vecchia amica d’infanzia le da i nomi di chi ha bisogno del suo aiuto e a Vera basta sapere solo l’indirizzo, che prende e parte e va “ad aiutare”, senza spiegazioni, senza chiedere niente, neanche un soldo e cercando di calmare la povera malcapitata.
Una giovane donna abusata, una madre di famiglia rimasta incinta del marito troppo sbronzo per accorgersi che troppi figli in una famiglia vanno mantenuti e che non se ne hanno le possibilità.
Ma Vera Drake viene scoperta e diviene il capro espiatorio di una catena di azioni sbagliate che non partono da lei e che non ha deciso lei, che anzi ignora, cui anzi lei tentava di porre rimedio.

Di fronte a cose così, come si può non interrogarsi, sul valore della Legge e della Giustizia, di queste grandi e belle convenzioni sociali inventate dagli uomini e per gli uomini, forse anche necessarie per tentare di dare binari al caos della vita, ma che da secoli condizionano vite umane che hanno commesso sì formalmente reati ma che sono sottoposti a giudizio senza il valore della contestualizzazione? La contestualizzazione ha e deve avere il valore che merita. Ma ce l’ha? O meglio, per chi ce l’ha?

È più facile banalizzare la realtà canalizzandola in giusto e sbagliato, ma lo stesso reato se pronunciato così come appare scritto diventando legge, è così tanto privo di contestualizzazione e di umanità da farmela detestare questa legge.
È così vero che la Legge serve alla società? L’essere umano è davvero in grado di valutare l’agire di un altro essere umano? Non è percorribile una strada verso un giudizio non asettico delle cose?

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pIcTuReS

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Il cibo negato

Ti guardo come un affamato guarda al cibo.

Ti amo e  ti desidero. Vorrei toccarti, godere di te. Propendo verso di te, ti anelo ma, mi blocchi e non me lo permetti.

(Perchè? Non è abbastanza quello che ti do, non sono abbastanza io?)

Rimango protesa nella tua direzione e ancora ti desidero, così tanto, forse ancora di più perchè mi neghi di averti. Ti contemplo e ti desidero e più ti contemplo e penso all’averti e più ti voglio e…mi perdo. Esco da me. Non me ne rendo neanche conto, ma comincio a perdere di consistenza, sono fuori da me, non sento più niente del mio corpo, niente più tatto, niente olfatto, niente. Come se non esistessi più, evaporassi, mi liquefaccessi, non ne avessi più uno, di corpo. Esisto solo per il mio desiderio di te, quello mi vivifica. E tutto ciò che tu sei e che hai è perfetto, mentre io sono sempre più niente, neanche ci penso a me, se non in relazione al mio amore per te.

Sei il mio cibo negato.

Tutto questo, così, solo ora lo scopro.

E allora decido di insegnarmelo, mi sforzo per crederci che posso amare e  goderne, toccarmelo ciò che amo, gustarmelo, assaporarmelo.

Sì.

Voglio mangiare  cibo che mi nutra, rinvigorisca il mio corpo.

Non correre più il rischio di dimenticarmi di averne uno.

 

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Tentativi di scoraggiamento


Un ebreo russo, Israil’ Metter, ha scritto un racconto Il quinto angolo. Nelle percosse subite in una cella i gendarmi lo sbattevano in terra gridandogli di cercare il quinto angolo della stanza. Li non c’era ma esiste il punto di riparo in cui non si sentono più le percosse.

Esiste, è la letteratura. Non è opera sacra, non insegna l’andatura prescritta dalla divinità, non è nuovola stesa a tappeto. É sporgenza sotto la quale proteggere la propria vita dalla grandine dei colpi.

Non sono sacre le cose che scriverai, ma ugualmente devi sapere che potranno servire a molto per qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno.

Non ha niente di sacro la scrittura letteraria, ha però responsabilità civile.

- Erri De Luca -

 

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Canzone del 23 Novembre

Una delle scene più belle del film Streaptease con Demi Moore è quella in cui lei si asciuga i capelli, balla e canta mentre ascolta questa: Little Bird, di Annie Lennox. Io non sono come Demi Moore, ma scene del genere le faccio anche io… forse capita a molte? Troppo divertente

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Fiato sospeso ~ S.Vecchini,Sualzo

Olivia è un’adolescente che vive in una realtà fatta di “io questo, non posso farlo”. Colpita fin da piccola da una particolare forma di allergia, è cresciuta  mangiando cibi insapori, stando ad osservare, curiosa, i suoi coetanei giocare fuori dalla finestra, con vestiti alla moda, senza impedimenti, nè limiti, se non quelli dovuti all’età. Olivia vive col fiato sospeso.

Olivia però nuota e l’acqua è la sua bolla vitale. Nuotando, si sente libera, si sente capace,  si sente una delle tante e non quella strana. Anche se sicuramente non è una ragazzina qualunque, è particolare anche solo per com’è fatta: capelli riccioli corti, che le incorniciano il viso, è esile e alta e si veste sempre di bianco, come a volersi annullare, nascondere.

L’unico amico che ha si chiama Leonardo, ed è il Suo grande amico, un ragazzino più piccolo di lei, di un’intelligenza sopra la media e forse proprio per questo, perchè accumunati da una certa “diversità”, riescono ad avere un rapporto speciale, sincero, profondo. Sarà la scossa di un evento inaspettato e spiacevole a rappresentare invece per Olivia la svolta verso la condivisione con l’altro, l’apertura alla vita, l’espirare del  fiato.

Silvia Vecchini e Sualzo sono marito e moglie e sono gli autori di questo fumetto. Al di là della dolcezza del connubio – mi commuove sempre la cooperazione verso la realizzazione della stessa cosa di persone che si vogliono bene- mi commuove ulteriormente l’immaginarlo come un dono, per i propri figli. La storia di Olivia è una storia che però non credo sia banalmente rivolta agli adolescenti, almeno io non l’ho interpretata così, ma a tutti coloro i quali necessitano di “spiccare il volo”, di “buttare fuori” fiato e voce, di esserci, di presentarsi al mondo dicendo: “ecco, io sono qua e sono così”. E questo fa paura, si rimane spesso in bilico, con il fiato sospeso, come su di un trampolino pensando “ora mi butto”, sentendo la tensione delle gambe, ma rimanendo fermi, oppure standosene al coperto, nel posticino in cui ci sentiamo sicuri, tranquilli, protetti, e abbiamo la paura di venirne fuori, perchè saremmo esposti. E non importa di cosa abbiamo paura, o meglio, non lo sappiamo, ma il solo pensiero che ci può essere qualcosa, ci terrorizza.

Beh, non credo che Fiato sospeso sia solo un libro per ragazzi, semplicemente per il fatto che io in Olivia mi ci sono rispecchiata. Mi ha ricordato me. Non solo per i ricci (…..) e non solo perchè mi ha riportato a com’ero io da ragazzina, mi ci ritrovo anche ora che di anni ne ho 30. Perchè anche se si è adulti, capita di volersi rifugiare, di non avere la forza di uscire fuori e respirare a pieni polmoni. Poi sarà anche che io il volo, forse non l’ho ancora intrapreso, ma questa è un’altra storia.

La forza di un’opera artistica credo stia nella capacità che ha di essere universale. Io non sono ovviamente l’universo – per quanto spesso pecchi un po’ di megalomania – ma almeno con me sicuramente Silvia ed Antonio ci sono riusciti. E volevo ringraziarli, perchè mi sono sentita compresa.

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