Mio

Ci vuole fegato

Ero seduta al tavolo di un bar. Tavolino tondo, in marmo, gambe in ferro in stile liberty.

Si avvicina Tom, un signore sulla cinquantina, camicia azzurra, i primi due bottoni fuori dalle asole. Gli guardo attentamente il viso, mentre ascolto le indicazioni per il test da superare. Pochi capelli, occhi semi chiusi, chiari, uno sguardo autoritario e competente. Mi capita spesso di guardare negli occhi quando qualcuno mi parla, sono più attenta, non voglio perdermi niente.

Quando rimango sola, comincio a elaborare un’idea per la presentazione della campagna pubblicitaria che mi ha assegnato. Questo è il suo test, se lo convinco e supero la prova, verrò assunta. Ho a disposizione il pc e una macchina fotografica, me l’ha lasciata Tom, insieme alle foto dell’ultima sfilata di moda che ha organizzato la sua agenzia. Il compito non sembra difficile, voglio fare bella figura e devo mettere in campo la mia creatività.

L’idea mi viene praticamente subito, il suggerimento mi viene offerto dalla portata che ordino, per pranzo. Fegato. Fegato alla griglia. Ne taglio dei pezzi e mi trovo a giocarci con una forchetta. Gratto ciascun pezzo e creo dei piccoli filamenti. Filamenti di fegato.

Non ho idea del perchè io abbia ordinato quella portata, nè del perchè mi trovi a giocare col cibo. Non lo faccio mai. Ma sono in una sorta di bolla creativa, recettiva. Osservo con attenzione le foto. Ne scelgo una. E’ una foto panoramica di una sfilata: passerella, modelle che sfilano verso luci variopinte proiettate sui loro corpi.

E allora decido cosa fare. Frammento la foto in tante foto diverse. Ciascuna è un particolare dell’immagine originaria. Scelgo quella con il corpo della modella evidente e i filamenti di luce, come raggi, verso di lei. Sono sicura della mia idea, sicura di quello che realizzerò, non manca niente.

Ora, devo solo crearne un file, stamparlo e realizzare il poster per la mia presentazione, per Tom.

Ma poi mi blocco. Mi viene l’idea che mi manchi qualcosa per finire il lavoro. Mi viene la balzana di idea che mi occorra un cd ed un supporto per cd, da collegare al mio pc, per salvare l’immagine e poi stamparla e sono certa che manchi proprio quello per ultimare il mio lavoro e consegnarlo. Il problema è che non ce l’ho. Mi serve l’aiuto di qualcuno.

E allora lo chiedo a tutti, lo chiedo alle cameriere del bar, esco dal bar e vado per la strada e in altri bar e lo domando. Trovo un cameriere che mi dice di averlo, ma non lo trova. Lo cercherà e me lo porterà.

Torno alla mia postazione, allora, aspetto e faccio finta di riprovare a lavorare, tribolo e non concludo niente.

Mi lamento con le cameriere gemelle che mi hanno servito. Sono bionde, bassine, sulla quarantina, ma vogliono fare le giovani.

Parlo con una di loro in particolare, mi sta davanti, in piedi. Le guardo il viso, poi gli occhi, poi il sopracciglio sinistro. Lo fisso perchè è mezzo tatuato di nero, l’altra metà è coperto da una striscia di scotch nero e sopra e sotto ci sono brillantini e strass.

Non ho mai visto una cosa così buffa, forse è una nuova trovata della sua estetista. E mi scopro sorpresa rizumando all’indietro, occhio, occhi, viso, e scoprendola bella.

Poi, qualcuno, non so chi, mi fa avere cd e supporto per cd, ma a quel punto, non sono più soddisfatta. Non mi serve più.

Esco dal bar. Mi ritrovo sul ponte, appena fuori. In piedi, guardo l’altro capo, in attesa che arrivi Tom. Ma ho la netta sensazione che non arriverà più.

Allora ho capito.

Non ho avuto fegato per concludere la mia opera da sola.

possible

 

 

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