Land of Mine – Sotto la sabbia

Ieri sera ho visto Land of Mine – Sotto la sabbia, film danese del regista Martin Zandvliet, acclamato al Festival di Toronto nel 2015 e uscito nelle sale italiane nel 2016.

Mi era capitato di vederne il trailer e la trama mi aveva incuriosita: in Danimarca, nel maggio 1945 dei giovani ragazzi tedeschi vengono deportati e si ritrovano a dover lavorare per i danesi provvedendo a rimuovere le numerosissime mine che l’esercito di Hitler aveva posizionato sulla costa, in previsione di un ipotetico sbarco degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

Il film tratta di una storia realmente accaduta e poco nota: il governo danese impose effettivamente lo sminamento di tutto il territorio prima di concedere ai prigionieri della Wehrmacht di lasciare il paese e tornare finalmente a casa, spesso si trattava per lo più di ragazzi minorenni, spauriti e vittime più che carnefici.

A ruoli invertiti, i cattivi diventano quindi gli ex progionieri, i nuovi buoni hanno i capelli biondi, gli occhi azzurri e i volti innocenti dei ragazzi tedeschi.

La fotografia immortala splendidi paesaggi naturalistici della costa danese, con spiagge bianche incontaminate ma piene, sotto terra, di bombe, illuminate da gionate di sole a mare aperto.

Le uniche figure visibili che inquietano in quell’ambiente tranquillizzante, sono le esili figure sdraiate a picchettare minuziosamente la sabbia per scovare le mine da disinnescare.

Il ritmo all’inizio è incessante e tormentato, con ansia crescente scorrono le immagini degli arruolati intenti ad imparare il nuovo mestiere, con il rischio possibile di esplodere ad ogni tremolio o titubanza.

Il clima poi si distende, anche se mai del tutto, e si riesce ad entrare meglio nelle piscologie dei personaggi, che vengono comunque appena sfiorate e più da intuire. Non spiccano davvero dei veri e propri protagonisti, come se la coralità delle singole azioni ed il contesto siano le vere urgenze narrative.

Tra tutti, riveste un ruolo importante il sergente danese Rasmussen che ha il compito di dirigere l’operazione, all’inizio ostile e duro, ma che diviene poi empatico di fronte all’innocenza e all’immaturità dei sottoposti. Tra i ragazzi emerge Sebastian, il leader naturale, che diventa il simbolo di un intero popolo – quello tedesco – un popolo che perde i panni del crudele e feroce nemico, e diviene impotente, spaventato, composto da esseri umani disposti a guardarsi negli occhi e a dialogare.

Ho apprezzato molto come Zandvliet sia riuscito a raccontare una storia difficile, interessante e poco nota in modo sobrio e delicato, senza inutili moralismi. I momenti intensi e passibili di banale sentimentalismo, sono trattati in modo semplice e non banale, quasi in modo distaccato ma non per questo meno toccante, anzi. Vengono suggerite le emozioni, senza dichiararle apertamente.

Come a sostenere che la trama sia già sufficientemente potente ed efficace di per sè e non occorra aggiungere altro. Mi trovo pienamente d’accordo.

 

 

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