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Istantanee

La Marisa

Oggi ho incontrato una signora di nome Marisa.

Non avrei mai immaginato di incontrarti, Marisa, nè che sarei stata così predisposta dal propormi per accompagnarti, ma tant’è…è andata così.

Sarà stato il tuo modo di parlare, quel tuo accento emiliano che mi fa sempre scattare qualcosa dentro e mi ricorda chi sono, oppure quel tuo modo buffo, che anche quello riconosco, di rivolgerti a me: “E chi è questo spilungo?”. Certo, a fianco a te sono davvero alta, tu sei “un metro e niente”, l’ossatura gracile e quell’età fragile di 87 anni.

Non mi hai dato però l’idea di essere indifesa, non è certo indifeso chi alla tua età decide di uscire di casa in una mattinata di pioggia di inizio novembre, fare l’autostop, ritrovarsi dal giornalaio nella speranza di incontrare qualcuno che possa aiutarti a risolvere il tuo problema: trovare un carica batterie del cellulare che non funziona più.

Beh, hai trovato me. Ho deciso che non potevo perdere l’occasione  di aiutarti, ma se sono onesta, scusami per questo, più per la curiosità di conoscerti meglio.

Così, ci siamo ritrovate in macchina, tu volevi andare alla guida, hai detto per distrazione, ma hai provato a farlo anche al ritorno, perchè “una volta guidavi, anche se non eri tanto capace”. Mi hai detto che ti chiami Marisa e scrivi poesie che ti vengono pubblicate nel giornale parrocchiale, ne avevi un paio con te e me le hai lette durante il viaggio. Mi hai detto che sei di Bologna, ma vivi da vent’anni nel comune di Castelnuovo Magra, sei vedova con due figli maschi, e vivi da uno dei due.

Ti ho lasciato all’Euronics, per andare a fare le mie commissioni, ma ci ho messo poco, avevo paura di perderti e invece ti ho trovata dentro il negozio, al bancone della Vodafone. Avevi acquistato un nuovo cellulare, ma non riuscivi a capire perchè per passare a Wind il commesso ti richiedesse obbligatoriamente i documenti, che non avevi. Ho dovuto spiegarti più volte anche io che erano necessari e ti ho fatto la ramanzina, perchè se ti perdessi in giro nei tuoi viaggi con l’autostop, i tuoi documenti ti servirebbero. Mi hai pure ringraziato per questo, non ci avevi mai pensato, ma effettivamente sarebbe stato meglio, non si sa mai.

Poi, siamo andate al bar e ci siamo prese un caffè. Ormai avevi capito che di me potevi fidarti, il tuo sorriso quando mi hai vista entrare al negozio, la tua mano sul mio braccio mentre camminavamo vicine sotto l’unico ombrello per andare al bar, me l’hanno suggerito. Al ritorno, non hai nemmeno più commentato quanto fosse lunga la strada, ormai avevi capito che a casa ti ci avrei portata davvero.

Non siamo mai state zitte, la tua – e anche un po’ mia – tipica emiliana naturalezza di entrare in confidenza con le persone, con semplicità, ci ha consentite di racconatarci molto delle nostre vite, anche se hai parlato più te, col tuo modo buffo di sorridere e di accettare le cose per come vengono, perchè tu “non porti rancore” e quello strano tic di fare sbattere la lingua a lato sui denti emettendo un suono stridulo, smorzato, come un risucchio.

Il resto che mi hai raccontato, non preoccuparti, come ti ho promesso non lo scriverò. Sono cose tue, io ero solo una curiosa ascoltatrice.

C’è una cosa però che voglio dirti, che non mi è uscita fuori, per pudore. Attraverso di te, perchè me la ricordi tanto, ho salutato a modo mio mia nonna che non c’è più.

Al di là di tutto, cara nonna, sono felice di averti detto e ricordato che ho impressi nella memoria quel pomeriggio a cucinare insieme quei buonissimi, caldi e fragranti baci di dama, le tue cotolette panate due volte, il tuo trucchetto del coltello sotto la porta, per togliere la polvere. Per me sono e saranno bagaglio, insegnamenti, indelebili.

Ciao nonna.

Ciao Marisa.

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